BENVENUTI

L’attualità in generale è il mio pane quotidiano. In questo sito intendo offrire approfondimenti, contributi, materiali, riflessioni sui temi di cui da tempo mi occupo come giornalista e studioso: la montagna abitata, le sue risorse, le sue potenzialità, oltre ad altri argomenti che mi stanno a cuore e che, a vario titolo, intersecano il vivere e l’operare nei territori in quota, soprattutto lungo l’arco alpino. La sezione Il mio mondo, con le sue sottopagine, ne dà conto con un catalogo di testi in formato pdf.

Maurizio Busatta

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Se i monti si riprendono la scena (come comunità)

A cavallo fra il precedente decennio e quello appena iniziato, varie sollecitazioni – insieme con alcuni eventi istituzionali come le mozioni bi-partisan alla Camera dei deputati sulle aree interne, rurali e montane e l’ennesimo incontro degli “Stati generali della montagna” al ministero degli Affari regionali – portano in evidenza un rinnovato risveglio di attenzione per quella che un’efficace immagine dell’editore Donzelli qualifica come “l’Italia in verticale” (dall’arco alpino alla dorsale appenninica). 
Oltre a vedere come evolverà la prossima programmazione europea 2021-2027 («La montagna è come il mare e merita la massima rilevanza politica nelle politiche pubbliche e nella programmazione economica dell’Unione europea» ha dichiarato il ministro Francesco Boccia) resta da capire su quali leve conviene agire per far riprendere slancio al tema delle zone montane italiane e di un loro futuro un po’ meno ai margini della scena. Ci sono strumenti strategici e legislativi da mettere in campo, tuttavia c’è un primo, importantissimo, sforzo da compiere da parte dei territori interessati: quello di agire come comunità capaci di intrecciare i tanti fili che connotano le proprie molteplici identità.          La posta in palio è la costruzione di un capitale sociale ricco di coesione. 

[pdf] I segni del più recente risveglio

 

 

 

 

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Autonomia, le date mobili di Zaia

In una “lunga omelia di fine anno” (copyright “Corriere delle Alpi” e quotidiani Gedi), davanti ai mass-media il governatore del Veneto Luca Zaia ha stabilito un nuovo calendario delle tappe del processo di avvio dell’autonomia differenziata. Dunque,  dopo che l’intesa con il governo giallo-verde doveva essere sottoscritta il 22 ottobre 2018 («Stefani: “Il Veneto avrà le 23 materie entro il 22 ottobre”», quotidiani Gedi 11 settembre 2018), ecco un anno fa il  rinvio al 15 febbraio 2019 ed ora – Natale 2019 – un nuovo suggestivo  monito: «Pronti ad adottare 23 progetti di legge sui quali andremo a discutere in Corte costituzionale». Termine ultimativo: febbraio 2020, e nuovo appello al presidente Mattarella, che al Teatro Comunale di Belluno gli aveva già spiegato  che si tratta di «problemi di cui si stanno occupando Governo e Parlamento sui quali non posso esprimermi».

Ma, dinanzi a un’“omelia”, come obiettare qualcosa? Nessuna domanda di approfondimento. Per esempio (come da parte mia mi accingo a chiedere): qual è il percorso attraverso il quale «intasare» la Consulta con i 23 progetti di legge veneti?

Con tutti i suoi limiti, l’art. 116, comma terzo, della Costituzione, il percorso da fare lo chiarisce in modo lineare. Invece Zaia a cosa pensa? Ora, i 23 disegni di legge per finire alla Consulta devono essere approvati dal Consiglio regionale, ma non possono regolare competenze statali né rapporti finanziari con lo Stato, perciò sono pezzi di carta.  Se per caso, invece, i 23 progetti fossero disegni di legge statale, si arenerebbero in Parlamento ancor prima di arrivare in aula.

Una “boutade” del Governatore, quindi? No: direi qualcosa di più, che fa il paio con il disinteresse che il presidente Zaia mostra verso il referendum provinciale consultivo del 22 ottobre 2017 che aveva auspicato «il riconoscimento di funzioni aggiuntive (per la Provincia di Belluno) nell’ambito delle intese Stato-Regione ai sensi dell’art. 116 della Costituzione».

Non importa se il prof. Mario Bertolissi, nel suo recente libretto “Autonomia” largamente divulgato dalla Regione del Veneto, scrive che l’esito di un referendum consultivo «costituisce un atto di indirizzo politico, che non tocca i poteri formali, ma concorre a determinare la scelta finale».

Hanno ragione le “Sardine”: più competenza e più attenzione alla complessità. Altro che Ufficio Complicazione Affari Semplici (copyright Luca Zaia).

Buon 2020, a tutti noi. 

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L’autonomia differenziata riparte con i LEP e l’incognita Belluno

Arenatosi, ancor prima di vedere la luce, con il governo Conte 1, il processo per l’autonomia differenziata a favore della Regione Veneto prova a ripartire con il governo Conte 2, ma su basi nuove, più coerenti e «nel rispetto dell’unità nazionale». Questo l’esito dell’incontro del ministro Francesco Boccia, a Venezia, lunedì 23 settembre, con il governatore Luca Zaia, che all’inizio dell’estate non aveva esitato a dichiarare di averne «le tasche piene» («Noi i compiti li abbiamo fatti!») anche se il negoziato portato avanti con la ministra Erika Stefani dalla “sua” delegazione trattante, troppo frettolosamente aveva sottovalutato questioni importanti come i rapporti finanziari, le funzioni da riconoscere agli enti locali del territorio (e in particolare alla Provincia “montana di confine” di Belluno) e le garanzie di sistema nelle quali inquadrare l’attuazione, per la prima volta, dell’art. 116 della Costituzione (anche in tema di “istruzione”).  

Lasciando sullo sfondo il nodo risorse, per questa partita resta da capire quando e come assicurare «il rispetto dei livelli essenziali delle prestazioni» i cosiddetti LEP, che devono essere determinati e poi garantiti su tutto il territorio nazionale, nonché quale spazio e quali soluzioni specifiche si possono prospettare per la Provincia di Belluno dopo il referendum provinciale consultivo del 22 ottobre 2017 (ormai due anni orsono…). 

Al  ministro Boccia qualcuno ha segnalato, come meritevole punto di partenza, la bozza di pre-intesa con la Regione Emilia Romagna (che porta la data 14 febbraio 2019), laddove quella Regione si impegna a «perseguire la migliore organizzazione dell’esercizio delle funzioni amministrative sul territorio regionale, d’intesa con gli enti locali, attraverso la loro razionale distribuzione tra la Regione, le Province, la Città metropolitana, i Comuni e le loro forme associative» e a «disporre una diversa allocazione delle funzioni degli enti locali situati in territorio montano, d’intesa con questi ultimi, al fine di adeguare l’assetto delle loro competenze alle specificità territoriali». 

Per carità, fin qui niente di che! Chi infatti non può essere d’accordo? Ma, al e per il Bellunese serve un approccio diverso, meno general-generico. Cioè più concreto e mirato. Anche alla luce dei LEP, materia sulla quale non c’è dubbio che il fattore o “differenziale” montagna deve entrare in modo organico: solo che le valutazioni dei sovraccosti connessi con il vivere in quota finora sono rimaste ai margini del dibattito politico.

Secondo il ministro Boccia serve «una cornice unica nazionale». «In effetti – commenta puntualmente il prof. Gian Candido De Martin – è l’intero sistema che deve condividere LEP e fabbisogni standard (modulati) per poi decidere le maggiori autonomie possibili, evitando regionocentrismi».

[pdf] Una rapida rassegna stampa sul tema LEP

 

 

 

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Milano-Cortina 2026, banco di prova città-montagna

La fiamma olimpica tornerà ad accendersi sulle nostre Alpi. Il binomio Milano-Cortina si è visto assegnare dal  Cio, a Losanna, le Olimpiadi invernali 2026 settant’anni dopo Cortina 1956 e vent’anni dopo  Torino 2006. «Con il rispetto dovuto a Cortina e alla sua iconica bellezza, è evidente a tutti», ha scritto la “Gazzetta dello Sport”, «che senza la garanzia e la capacità attrattiva di Milano le Olimpiadi invernali sarebbero finite tra i ghiacci e le renne del grande nord svedese»…

Il tema del rapporto della montagna con la città (in questo caso addirittura con una metropoli di rango internazionale) non è nuovo, e Milano-Cortina può diventare l’occasione per scandagliarlo e modularlo domani molto meglio di oggi. Una maggiore cooperazione,  un esercizio di “solidarietà” fra i territori, montuosi e non, potrebbe essere una delle eredità positive di Milano-Cortina 2026, anche per non rivivere l’antitesi di Torino 2006, una ferita tutt’oggi aperta, considerato che  la montagna piemontese non ha risolto le proprie difficoltà.

Ben venga quindi l’auspicio per la montagna alpina di un suo “rinascimento” (copyright Luca Zaia) proprio all’insegna dei cinque cerchi olimpici, ma il progetto – allo stato – appare tutto da costruire.

 

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La “mia” Patria Europa

In questi giorni mi sto impegnando molto per sostenere la partecipazione al voto alle Europee di domenica 26 maggio: incontri pubblici, trasmissioni radiofoniche, la community di stavoltavoto.eu  e ogni altra occasione utile. Non a caso faccio parte della Fondazione “Montagna e Europa” di Belluno. Sento l’Europa unita, nonostante i tanti passi avanti che deve ancora compiere, come la “mia” Patria. Sì, questa è la dimensione con la quale mi sento di confrontarmi.

Federico Chabod, grande esponente della storiografia italiana del Novecento (morì nel 1960), ha lasciato scritto che «nel formarsi del concetto d’Europa e del sentimento europeo, i fattori culturali e morali hanno avuto preminenza assoluta, anzi esclusiva». 

Anch’io perciò ho aderito all’invito di Romano Prodi ad esporre la bandiera europea sull’uscio di casa. Poi, se vogliamo scendere in profondità, nel concreto, diciamo che l’Agenda strategica della Ue prossima ventura si chiama più integrazione e meno cooperazione intergovernativa.  Sono fiducioso: a passi lenti, ma sarà così. 

Buona Europa! 

Video: La “nostra” Europa di Romano Prodi 

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