I giorni di Cortina sul podio del mondo e il futuro sui monti

Buon giorno, Cortina regina mondiale dello sci. Per quindici giorni fino al 14 febbraio Cortina ospita i Campionati mondiali di sci, il primo grande evento sportivo internazionale che si tiene nel pieno della  pandemia. Come giornalista, mi è sempre piaciuto approfondire il contesto sociale ed economico di avvenimenti come questi. L’ho fatto in tempi lontani per le Universiadi invernali (Belluno-Nevegal 1985) con un approfondimento per il quale ho ricevuto anche un premio; l’ho iniziato a fare in vista di Milano Cortina 2026 e anche per l’appuntamento che inizia oggi nel segno di Corty (la mascotte) e che giustamente ha l’ambizione di contribuire alla ripartenza del sistema Paese in un  così drammatico momento. 

I temi a cui guardare in controluce sono il rapporto costi-benefici (in termini anche prospettici), la sostenibilità ambientale, l’equilibrio dell’ecosistema, la crescita del capitale umano, la visione che ne scaturisce a medio termine. A tale proposito mi sembra azzardata la scelta della Regione Veneto di porre l’accento, quale azione chiave per le zone montane nell’ambito della Strategia regionale per lo sviluppo sostenibile, innanzitutto sui grandi eventi, la cui spinta propulsiva (anche per creare nuove aspettative) è fuori discussione ma non va enfatizzata. Per risplendere davvero, il “Rinascimento della montagna”, evocato da Zaia, ha bisogno di basi (e spalle) più ampie.     

[pdf] La (potenziale) eredità di Cortina 2021 

[pdf] Cortina 2026, il “ritorno” dell’evento

[pdf] Amarcord: 16 febbraio 1985

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I 50 anni della Regione e la «leale collaborazione»

I cinquant’anni delle Regioni a statuto ordinario hanno portato il Veneto a realizzare una triplice, importante, iniziativa: tenere aperta per un anno, fino a luglio 2021, a palazzo Ferro Fini, sede del Consiglio regionale, la mostra fotografica “I 50 anni della Regione Veneto: una storia nella storia” a cura del segretario generale Roberto Valente e un cofanetto di due volumi di analisi a cura, rispettivamente, di Mario Bertolissi e Filiberto Agostini, docenti all’Università di Padova e pubblicato da Marsilio. Il volume coordinato da Agostini (“Cinquant’anni di storia: 1970-2020”) presenta mezzo secolo attraverso il pendolo di dieci legislature ed è arricchito da un commento, legislatura dopo legislatura, delle leggi regionali ritenute maggiormente significative. A tale compendio ho collaborato anch’io.  

I commenti a mia firma riguardano le leggi regionali n. 3/1992 (Norme sull’istituzione e il funzionamento delle Comunità montane) da poco abrogata e n. 27/2009 (Norme per la tutela dei consumatori, degli utenti e per il contenimento dei prezzi al consumo): due lenti d’ingrandimento attraverso le quali osservare anche la qualità della produzione legislativa della Regione Veneto in un arco di tempo che si colloca nella quinta e nell’ottava legislatura, prima e dopo la riforma del Titolo V della Costituzione.   

Ora, come proprio per la ricorrenza dei cinquant’anni ha scritto il presidente della Repubblica Mattarella, «la stessa lotta alla pandemia ci ha posto di fronte a nuovi interrogativi su come evitare che conflitti e sovrapposizioni tra istituzioni possano creare inefficienze paralizzanti o aprire pericolose fratture nella società». Ancora una volta il punto chiave è la «leale collaborazione tra i diversi livelli istituzionali», la «cifra» – sostiene il presidente Mattarella – dei rapporti tra lo Stato, le Regioni e le autonomie locali. Una sfida attuale (eccome!) anche nel contesto della Regione Veneto.    

Mi riferisco alla legge sull’autonomia amministrativa della Provincia di Belluno (la n. 25/2014). Passa in archivio la decima legislatura, e  restano accentrate in Regione le funzioni che la legge 25 attribuirebbe alla Provincia di Belluno in materia di risorse energetiche, politiche transfrontaliere, minoranze linguistiche, forestazione, attività economiche, agricoltura e turismo, con chiaroscuri in verità anche su altre delle materie devolute (in particolare i trasporti e la tutela del paesaggio, ambito rispetto al quale si sarebbe potuto sperimentare un tavolo Regione-Provincia-Stato per valorizzare il coinvolgimento partecipativo e deliberativo delle comunità locali ai sensi dell’art. 144 del Decreto Urbani del 2004) . Senza contare che – alla faccia della clausola valutativa tanto di moda – non è stata presentata la relazione sullo stato di attuazione della legge che la stessa opportunamente prevede.

A questo punto quanto mai interessante potrebbe essere un approfondimento incentrato su tutta la legislazione veneta per le zone montane dagli anni Settanta ad oggi e  sulla sua (in)attuazione.  

 

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La “mia” Europa? Quella di Francesco e di Mattarella

In occasione dei 70 anni della dichiarazione Schuman (9 maggio 1950), la pietra miliare su cui poggiano le fondamenta della costruzione europea, per lucidità e incisività spiccano le parole pronunciate da due grandi personalità di questo nostro tempo oltremodo tormentato: papa Francesco e il presidente Sergio Mattarella. Si tratta di parole che mi fanno provare ancora una volta quell’emozione che percorre la vita, «individuale e collettiva», di noi europeisti convinti, quando echi come questi risuonano.   
Di Francesco, ricordo il monito lanciato il giorno di Pasqua (con il quale apro un mio articolo sulle mosse che attendono l’Unione europea) e la preghiera nell’omelia mattutina da Casa Santa Marta di domenica 10 maggio, nella quale Francesco, richiamando Schuman (e la fine della guerra), ha invitato a  pregare proprio perché l’Europa «cresca unita, in questa unità di fratellanza che fa crescere tutti i popoli nell’unità nella diversità». Aggiungendo, dopo il “Regina Caeli”, l’auspicio che «lo spirito della dichiarazione Schuman non manchi di ispirare quanti hanno responsabilità nell’Unione Europea». Come dire: capi di Stato e di Governo tornate allo spirito delle origini anche con «soluzioni innovative» (sono parole sue del giorno di Pasqua). 
Di Mattarella, bastano poche righe, laddove avverte che «l’emergenza in corso non fa che confermare l’urgenza di rispondere alle istanze di cambiamento espresse dai cittadini europei, per sviluppare ancora di più il “fermento di una comunità più profonda”». Un’Europa sempre “più” comunità è anche l’appello lanciato, per questa storica ricorrenza, dalla Fondazione “Montagna e Europa” di Belluno, di cui faccio parte e che ripropongo da questo blog. 

 

 

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Se i monti si riprendono la scena (come comunità)

A cavallo fra il precedente decennio e quello appena iniziato, varie sollecitazioni – insieme con alcuni eventi istituzionali come le mozioni bi-partisan alla Camera dei deputati sulle aree interne, rurali e montane e l’ennesimo incontro degli “Stati generali della montagna” al ministero degli Affari regionali – portano in evidenza un rinnovato risveglio di attenzione per quella che un’efficace immagine dell’editore Donzelli qualifica come “l’Italia in verticale” (dall’arco alpino alla dorsale appenninica). 
Oltre a vedere come evolverà la prossima programmazione europea 2021-2027 («La montagna è come il mare e merita la massima rilevanza politica nelle politiche pubbliche e nella programmazione economica dell’Unione europea» ha dichiarato il ministro Francesco Boccia) resta da capire su quali leve conviene agire per far riprendere slancio al tema delle zone montane italiane e di un loro futuro un po’ meno ai margini della scena. Ci sono strumenti strategici e legislativi da mettere in campo, tuttavia c’è un primo, importantissimo, sforzo da compiere da parte dei territori interessati: quello di agire come comunità capaci di intrecciare i tanti fili che connotano le proprie molteplici identità.  La posta in palio è la costruzione di un capitale sociale ricco di coesione. Un’azione di Empowerment finalizzata a migliorare la qualità della vita e a generare la consapevolezza della direzione di marcia a cui rivolgersi.        

[pdf] I segni del più recente risveglio

 

 

 

 

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Autonomia, le date mobili di Zaia

In una “lunga omelia di fine anno” (copyright “Corriere delle Alpi” e quotidiani Gedi), davanti ai mass-media il governatore del Veneto Luca Zaia ha stabilito un nuovo calendario delle tappe del processo di avvio dell’autonomia differenziata. Dunque,  dopo che l’intesa con il governo giallo-verde doveva essere sottoscritta il 22 ottobre 2018 («Stefani: “Il Veneto avrà le 23 materie entro il 22 ottobre”», quotidiani Gedi 11 settembre 2018), ecco un anno fa il  rinvio al 15 febbraio 2019 ed ora – Natale 2019 – un nuovo suggestivo  monito: «Pronti ad adottare 23 progetti di legge sui quali andremo a discutere in Corte costituzionale». Termine ultimativo: febbraio 2020, e nuovo appello al presidente Mattarella, che al Teatro Comunale di Belluno gli aveva già spiegato  che si tratta di «problemi di cui si stanno occupando Governo e Parlamento sui quali non posso esprimermi».

Ma, dinanzi a un’“omelia”, come obiettare qualcosa? Nessuna domanda di approfondimento. Per esempio (come da parte mia mi accingo a chiedere): qual è il percorso attraverso il quale «intasare» la Consulta con i 23 progetti di legge veneti?

Con tutti i suoi limiti, l’art. 116, comma terzo, della Costituzione, il percorso da fare lo chiarisce in modo lineare. Invece Zaia a cosa pensa? Ora, i 23 disegni di legge per finire alla Consulta devono essere approvati dal Consiglio regionale, ma non possono regolare competenze statali né rapporti finanziari con lo Stato, perciò sono pezzi di carta.  Se per caso, invece, i 23 progetti fossero disegni di legge statale, si arenerebbero in Parlamento ancor prima di arrivare in aula.

Una “boutade” del Governatore, quindi? No: direi qualcosa di più, che fa il paio con il disinteresse che il presidente Zaia mostra verso il referendum provinciale consultivo del 22 ottobre 2017 che aveva auspicato «il riconoscimento di funzioni aggiuntive (per la Provincia di Belluno) nell’ambito delle intese Stato-Regione ai sensi dell’art. 116 della Costituzione».

Non importa se il prof. Mario Bertolissi, nel suo recente libretto “Autonomia” largamente divulgato dalla Regione del Veneto, scrive che l’esito di un referendum consultivo «costituisce un atto di indirizzo politico, che non tocca i poteri formali, ma concorre a determinare la scelta finale».

Hanno ragione le “Sardine”: più competenza e più attenzione alla complessità. Altro che Ufficio Complicazione Affari Semplici (copyright Luca Zaia).

Buon 2020, a tutti noi. 

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