Il Consiglio regionale del Veneto, il 3 settembre, ha adottato due schemi di intesa Stato-Regione per ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia nelle materie «protezione civile», «professioni», «previdenza complementare e integrativa» (primo schema) e nella materia (secondo schema) «tutela della salute – coordinamento della finanza pubblica».
Come è noto, al di là dei contenuti, si tratta di un passaggio solo procedimentale, perché la legge va approvata dalle Camere «a maggioranza assoluta dei componenti», e qui c’è ancora un lungo sentiero da percorrere (e siamo a fine legislatura!).
Sono stato coordinatore del comitato promotore del referendum consultivo provinciale del
22 ottobre 2017, che si svolse contestualmente a quello regionale a cui, da Zaia a Stefani, si dice che oggi viene dato finalmente il primo concreto riscontro.
Mi preme sottolineare qui alcuni aspetti.
Punto primo. Le intese votate in Consiglio regionale non segnano alcuna svolta, non portano ricadute o benefici reali, a parte qualche dettaglio burocratico.
Secondo: dispiace notare che il CAL (Consiglio delle autonomie locali) del Veneto, esprimendo parere «favorevole all’unanimità», nulla abbia aggiunto, neanche un timido auspicio a favore dei territori e delle loro specificità nell’attuazione di questo percorso.
Terzo punto: il procedimento portato avanti in modo frettoloso dal Consiglio regionale non tiene conto della fondamentale indicazione della Corte costituzionale (ribadita dalla risoluzione approvata dalle Camere), vale a dire che la richiesta ai sensi dell’art. 116 della Costituzione deve essere giustificata, in relazione alla singola Regione, alla luce del principio di sussidiarietà.
In realtà come il Veneto che si confrontano quotidianamente con le “autonomie speciali”, il cosiddetto regionalismo differenziato potrebbe trovare ancor oggi terreno su cui inverarsi, ma a determinate condizioni: sì a puntuali funzioni aggiuntive (come ha precisato la Corte costituzionale), no a 23 materie “tutte e subito”; contestualmente, coinvolgimento e piena, valorizzazione degli enti territoriali secondo un indirizzo che dia anche «significato, funzioni e risorse alla Provincia montana di confine» (come si disse allora all’indomani del referendum del 2017). Il tutto nel quadro di un federalismo fiscale, davvero profondamente responsabile e coerente dal punto di vista perequativo e degli effettivi fabbisogni. Un esempio? Il finanziamento della sanità di montagna. E altri se ne possono aggiungere.